28/04/2015, 00.00
INDONESIA - FILIPPINE
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Arcivescovo di Jakarta: Mary Jane è una vittima innocente, basta condanne a morte

di Mathias Hariyadi
La Chiesa cattolica indonesiana contro la pena capitale. Mons Suharyo ha composto una preghiera speciale per quanti sono nel braccio della morte. Anche il campione di boxe filippino Manny Pacquiao in campo per la liberazione della donna. Sull’isola-prigione di Nusakambang ultimati i preparativi in vista della fucilazione.

Jakarta (AsiaNews) - Dopo mesi di appelli e interventi pubblici della Chiesa cattolica indonesiana, ora è l’arcivescovo di Jakarta mons. Ignatius Suharyo a promuovere in prima persona una campagna per la moratoria della pena di morte nel Paese. Per il prelato essa costituisce una “offesa alla dignità umana”. Un problema tornato di stretta attualità in queste settimane, con l’imminente esecuzione di nove persone - in maggioranza stranieri - condannate per traffico di droga. Fra questi vi è la cattolica filippina Mary Jane Fiesta Veloso, per la cui liberazione si è speso anche anche il campione di boxe filippino Manny Pacquiao, che si trova negli Stati Uniti per un match per il titolo mondiale. In un intervento alla televisione, egli si è rivolto al presidente Jokowi a nome dei suoi concittadini, supplicando “in ginocchio e dal più profondo del cuore” di concedere “la clemenza” a Mary Jane e risparmiarle la vita. 

In queste ore gli occhi dei media e giornali di tutta l’Indonesia sono puntati sull’isola di Nusakambang (la cosiddetta "Alcatraz indonesiana"), nello Java centrale, dove verranno giustiziati nelle prossime ore nove detenuti. Nel comunicato ufficiale esteso a tutti i fedeli dell’arcidiocesi della capitale, mons. Suharyo ha chiesto gli sforzi di tutti i cittadini per la cancellazione della pena capitale dall’ordinamento giuridico del Paese. 

Il prelato ha composto una “speciale preghiera” per la domestica filippina e gli altri detenuti rinchiusi nel braccio della morte, che chiede a tutti i sacerdoti e fedeli dell’arcidiocesi di recitare con una speciale intenzione. “La Chiesa - afferma - è del tutto contraria alla pena di morte”, rilanciando le parole di Giovanni Paolo II nell’Evagelium Vitae e gli insegnamenti della dottrina cattolica. 

La Commissione Giustizia e Pace della Chiesa indonesiana è impegnata nel tentativo di salvare la vita di una persona, la cui identità viene mantenuta per ora segreta, condannata a morte ma ritenuta innocente. Una vicenda simile a quella di Mary Jane, nel braccio della morte - spiega il prelato - anche se non vi sono “prove giudiziarie chiare” della sua colpevolezza. Anzi, prosegue, mons. Suharyo, dalle informazioni emerse negli ultimi giorni appare sempre più chiaro che la donna 30enne e madre di due figli piccoli “non è una trafficante, ma una vittima. Ed è stata arrestata per errore”. 

E mentre a Honk Kong vi sono state nuove proteste di lavoratori migranti indonesiani e filippini davanti ai cancelli della rappresentanza diplomatica di Jakarta, perché si fermi “anche all’ultimo” il boia, a Nusakambang vengono ultimati i preparativi per l’esecuzione di gruppo. Nell’isola-prigione sono già arrivate le ambulanze con le bare bianche vuote. A mezzanotte ora locale i prigionieri verranno portati in una radura tra gli alberi, mani e piedi legati. Davanti al plotone d’esecuzione potranno scegliere solo se essere bendati, stare in piedi, inginocchiarsi o sedere in attesa della scarica. I dodici boia mireranno al cuore: solo tre con pallottole vere.

Fino alla scorsa settimana fra i condannati a morte vi era anche un francese, il 51enne Serge Atlaoui; tuttavia, l’intervento all’ultimo del presidente Francois Hollande, che ha minacciato ritorsioni diplomatiche, è riuscito a sfilarlo dalla “lista nera”.

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