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28 Giugno 2017

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20/03/2017 TURCHIA - ARMENIA

Istanbul, interferenze del governatore nell’elezione del nuovo patriarca armeno

Il governatore della città ha dichiarato “legalmente impossibile” il processo in atto per la scelta del nuovo patriarca. Esso potrebbe “causare disturbo e divisioni”. La nota emersa a conclusione della votazione per la scelta del “reggente”, chiamato a guidare la comunità fino alla nomina del prossimo patriarca. Le pressioni di Ankara e il sostegno al vescovo “amico” di Erdogan.

 

Istanbul (AsiaNews) - Con una nota che richiama i periodi di dispotismo oscurantista dell’impero Ottomano, il governatore di Istanbul è intervenuto nei giorni scorsi in una questione di mera giurisdizione ecclesiastica. Egli ha dichiarato “legalmente impossibile” il processo in atto per l’elezione del patriarca armeno, condizionandolo in modo pesante. Nella nota, firmata dal vice-governatore della metropoli turca, si legge: “Tenendo in considerazione gli spiacevoli sviluppi registrati nel corso dell’incontro avvenuto al patriarcato il 16 febbraio scorso, si è deciso che il processo di elezione è legalmente impossibile”. I “fatti” di questo processo, prosegue, "potrebbero causare disturbo e divisioni all’interno della società [considerato che] esiste già un vicario incombente e che la vostra società è a conoscenza delle procedure e delle pratiche basilari inerenti all’elezione patriarcale”.

Questa ingerenza dello Stato laico turco negli affari della Chiesa armena, in piena violazione degli accordi di Sevres [il trattato di pace fra potenze alleate e impero Ottomano dell’agosto 1920, ndr] siglati a conclusione della Prima guerra mondiale, non è una novità. Tuttavia, l’intromissione turca non si era mai spinta a livelli così diretti ed elevati, senza alcun tatto o attenzione diplomatica.

La sede patriarcale di Istanbul è vacante da quando, nel 2008, l’ultimo titolare Mesrob Mutafian viene dichiarato “affetto da Alzheimer”. Nel Sinodo del 2016 egli viene allontanato per via della malattia “che perdurava da oltre otto anni”, in conformità al diritto canonico della Chiesa armena.

Questa malattia dell’ultimo patriarca - con alle spalle studi in Germania, negli Stati Uniti e a Roma - ha rallegrato il governo turco, il quale ha da sempre visto in lui un personaggio dal forte carisma e di una onestà difficilmente corruttibile.

Dal 2016 a guidare il patriarcato di Istanbul è stato chiamato l’arcivescovo Aram Ateshian, nato a Diyarbakir e diventato, de facto, il vicario generale. Insieme a un Consiglio ecclesiastico composto da 25 membri, egli gestisce gli affari religiosi della Chiesa armena in Turchia, in attesa dell’elezione di un nuovo patriarca. In meno di un anno il vicario generale arcivescovo Aram Ateshian ha dimostrato a più riprese di essere poco interessato a mantenere l’indipendenza del patriarcato armeno di Istanbul dal governo. Al contrario, egli ha mostrato a più riprese una vicinanza e una alleanza così forti alle posizioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e al suo partito - anche su questioni di armenofobia - da attirarsi critiche e sospetti della stampa armena locale, dei fedeli e degli armeni della diaspora.

Fonti locali affermano che la nota del governatore di Istanbul “è stata redatta addirittura prima della riunione per eleggere il vicario”. A riferirlo è il quotidiano Agos, l’unico quotidiano armeno ancora edito in Turchia e il cui fondatore, Hrant Dink, venne brutalmente assassinato in uno degli omicidi più misteriosi della storia contemporanea del Paese. Una storia dai contorni torbidi, nel contesto di una inchiesta giudiziaria spesso ostacolata dalle alte sfere al potere, in cui sono emersi intrecci fra servizi segreti militari turchi, polizia, politici, Lupi grigi e gruppi ultra-nazionalisti.

Il 15 marzo, infatti, l’assemblea clericale si era riunita per eleggere il “Deghagan”, il luogotenente, che avrebbe dovuto dovuto una volta eletto gestire il processo di scelta del nuovo patriarca. Vi erano tre candidati i quali dovevano - per legge nazionale - essere di cittadinanza turca: l’attuale vicario generale del Patriarcato, l’arcivescovo Aram Ateshian (nella foto con “l’amico” Erdogan), il vescovo Sahag Mashalian e il terzo candidato, il primate della Germania per gli armeni apostolici, l’arcivescovo Karekin Bekdjian. Per motivi ignoti, il secondo candidato si è ritirato all’ultimo momento, lasciando soli gli altri due.

Diverse personalità presenti all’assemblea interpellate da AsiaNews hanno riferito che, subito dopo lo spoglio dei voti e in seguito all’annuncio della vittoria dell’arcivescovo Bekdjian per la carica di vicario, l’arcivescovo Aram Ateshian ha abbandonato l’aula. Dopo pochi secondi egli è tornato con la nota del governatore di Istanbul, già redatta, stretta fra le sue mani. In seguito all’incidente, i due candidati si sono ritirati per un confronto a porte chiuse mentre molti membri dell’assemblea ecclesiale parlavano di uno scontro fra il governo locale e l’arcivescovo Ateshian. L’idea diffusa è che la nota, in possesso dello stesso arcivescovo Ateshian fino alla fine delle elezioni, non sarebbe mai emersa né utilizzata nel caso in cui fosse stato lui in prima posizione per la carica di patriarca.

L’Assemblea ecclesiale ha disposto la formazione di un gruppo che dovrà recarsi dal governatore e illustrare l’iter e la legittimità dei processi elettorali. Secondo il regolamento interno, seguito dal patriarca, l’attuale vicario generale scelto per giungere all’elezione del nuovo patriarca è l’arcivescovo Bekdjian (nella foto), mentre il governo turco vede già nella persona dell’arcivescovo Ateshian il futuro patriarca armeno di Istanbul. (PB)

 






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