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17 Gennaio 2018

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10/01/2018 ISRAELE

Israele offre ricompense ai civili che cacciano i migranti

Offerti posti di lavoro e bonus economici. Molti di loro avranno il compito di indagare sui profughi e sui loro datori di lavoro. L’Unhcr chiede un passo indietro. 

 

Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Le autorità israeliane pagheranno bonus fino a 30mila sheqel (circa 7.300 €) ai civili disposti a contribuire all’espulsione dei profughi migranti. È quanto riporta un comunicato pubblicato questi giorni dal governo israeliano, in cui si annuncia l’assunzione di 100 ispettori e 40 investigatori da impiegare nella campagna di deportazione annunciata a inizio mese.

Il primo gennaio, le autorità hanno messo in guardia le decine di migliaia di richiedenti asilo, per la grande maggioranza eritrei e sudanesi: se entro aprile non lasceranno il Paese “in modo volontario” saranno passabili di carcere a tempo indeterminato.

In Israele, ci sono circa 35mila cittadini eritrei e sudanesi e con essi 5mila bambini nati nel Paese. La maggior parte hanno visti temporanei che devono essere rinnovati ogni tre mesi. Le autorità israeliane li considerano “infiltrati” e migranti economici, e tentano di cacciarli da quando hanno cominciato ad arrivare, nel 2006. Negli ultimi due anni, Israele ha fatto pressioni perché i richiedenti asilo lasciassero il Paese per dirigersi in un "Paese terzo", in genere Uganda o Rwanda.

Il nuovo personale per cacciare i profughi riceverà un “pagamento appropriato” insieme a ingenti bonus fino a un massimo di 30mila sheqel. Un anno di lavoro verrà ricompensato con un bonus di 20mila sheqel (circa 4.870 €).

A partire da marzo, gli “ispettori” lavoreranno per due anni nell’intero territorio di Tel Aviv. Di questi, 30 si occuperanno di aspetti burocratici relativi al programma di rimpatrio volontario, mentre i restanti avranno il compito di “applicare le leggi contro i richiedenti asilo e i loro datori di lavoro”, rintracciandoli e indagando sulle loro storie. Per proporsi al ruolo è necessario aver conseguito il diploma liceale, e sarà considerato un “plus” l’esperienza nel combattimento.

I 40 “investigatori” saranno impegnati presso l’unità per la determinazione dello status di rifugiato, al ministero degli interni, nel sud di Tel Aviv. Il loro compito sarà verificare la situazione politica nel Paese d’origine del richiedente asilo e valutare il rischio alla vita da lui corso. Al momento solo una decina di richiedenti asilo hanno ottenuto lo status di rifugiato.

La campagna di Israele contro i richiedenti asilo preoccupa l’agenzia per rifugiati dell’Onu, che ieri ha fatto appello alle autorità israeliane perché abbandonino il progetto. “In un momento in cui l’Unhcr e le agenzie partner sono impegnati in evacuazioni di emergenza dalla Libia – afferma la dichiarazione – il ricollocamento forzato in Paesi che non garantiscono un’effettiva protezione e i successivi spostamenti di queste persone verso la Libia e l’Europa sono particolarmente preoccupanti”.

L’agenzia riporta almeno 80 casi di migranti che “non avendo altra scelta, hanno viaggiato per centinaia di chilometri attraverso zone di conflitto nel Sud Sudan, nel Sudan o in Libia all’indomani del ricollocamento da parte di Israele”. I casi riguardano uomini adulti, intervistati fra il novembre del 2015 e il dicembre del 2017 dallo staff Unhcr di Roma. Le loro famiglie si trovano ancora in Israele, dove sono giunti subendo “abusi, torture ed estorsioni prima di rischiare di nuovo la vita attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia”.

A quanto riferisce l’Unhcr ci sono “circa 27.000 eritrei e 7.700 sudanesi in Israele”. “Da quando nel 2009 Israele ha assunto la responsabilità diretta di determinare lo status di rifugiato”, solo una decina sono stati riconosciuti come tali; a 200 sudanesi del Darfur è stato riconosciuto “lo status umanitario”, un livello di tutela inferiore.






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