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27 Giugno 2017

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18/05/2017 IRAN-USA

Rouhani contro tutti i poteri forti, anche contro gli Stati Uniti

Il presidente uscente ha reso più distesi i rapporti con la comunità internazionale, migliorato l’economia, ma la disoccupazione è ancora alta. Lo sfidante Ebrahim Raisi, religioso conservatore, è appoggiato da Khamenei e dai pasdaran. I giovani delle città sono per Rouhani. Il viaggio di Trump in Arabia saudita, un appoggio dall’esterno ai conservatori.

Roma (AsiaNews) - Alle elezioni presidenziali che si tengono domani in Iran, il presidente uscente, Hassan Rouhani, è in lizza contro Ebrahim Raisi. Il primo, pragmatico e moderato, ha portato alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano, che ha permesso un miglioramento dei rapporti internazionali e anche dell’economia, seppure non nella misura che si attendeva. Ha fermato l’inflazione, ha riaperto molti canali commerciali, ma la disoccupazione ha ancora un alto tasso del 12%. Il secondo, conservatore, vuole una maggiore presenza della religione nella società e un rapporto più conflittuale con l’occidente. Come in passato ha fatto il populista Mahmoud Ahmadinejad, ha promesso che se vince darà un assegno a tutti i disoccupati.

A quanto ci dicono amici iraniani, Rohuani è ancora la speranza – forse un po’ appassita – per i giovani e la popolazione cosmopolita delle città. Essi riconoscono che il presidente attuale ha fatto un grande sforzo perché l’Iran sia accettato nel concerto delle nazioni. Apprezzano anche la maggiore libertà che si vive in città: ragazzi e ragazze insieme; dialoghi e discussioni senza censure; impegni culturali internazionali; abbigliamenti più liberali; maggiore sostegno alle figure femminili. Per questi slanci liberali, Rouhani ha ricevuto il sostegno da due grandi personalità: l’ex presidente Mohammed Kathami e il leader dell’opposizione Mir Hossein Musavi. Entrambi sono costretti dal regime agli arresti domiciliari per il loro sostegno all’Onda Verde, il movimento democratico soppresso nel 2009-2010, dopo le elezioni (truccate) che hanno visto vittorioso Ahmadinejad. Il loro sostegno a Rouhani è avvenuto attraverso un messaggio sui social.

Ma Raisi ha il sostegno dei poteri forti del Paese. Anzitutto quello non ufficiale del grande ayatollah Alì Khamenei, che in diverse occasioni ha criticato Rouhani. Khamenei e il mondo degli ayatollah temono la crescita di sensibilità liberale, soprattutto fra i giovani, che li bollano come “parassiti”, dato che clero sciita e seminari vengono spesati in tutto con le tasse dello Stato. Allo stesso tempo, i giovani rifiutano un’ingerenza soffocante delle regole islamiche nella loro vita privata.

Raisi può contare anche sul sostegno dei pasdaran, gli antichi Guardiani della rivoluzione, che hanno penetrato ormai l’esercito e tengono in mano l’economia del Paese. Secondo molti iraniani, sono i pasdaran ad aver guadagnato di più con l’embargo di questi anni, avendo creato un fiorentissimo mercato di contrabbando. Inoltre, data la loro alleanza con gli ayatollah più conservatori, essi possono – in nome della “religione” – requisire terreni, obbligare a dare “offerte”, gestire contratti, rivendicare monopoli.

Fra gli iraniani vi è amarezza per questa forte candidatura. “Tutti si ricordano che quando Raisi era giudice islamico della Rivoluzione, ha condannato a morte tante persone”, dice un signore che ha fatto la rivoluzione con Khomeini. Secondo dati emersi in questi giorni, Raisi, che negli anni ’80 era membro del Comitato della Morte, ha decretato l’esecuzione di più di 4mila prigionieri politici.

Ma c’è un altro previsto/imprevisto alleato di Raisi: gli Stati Uniti. La decisione di Donald Trump di tenere fra alcuni giorni un raduno dei Paesi arabi per “combattere il terrorismo” e fare fronte comune contro l’Iran, appare come una conferma dall’esterno della visione conservatrice di Raisi e di Khamenei, pronti alla “resistenza”.

Secondo rivelazioni semiufficiali, il vero scopo del viaggio di Trump a Riyadh è la firma di un contratto per la vendita di armi all’Arabia saudita per un valore fra i 98 e i 128 miliardi di dollari, che in 10 anni potrebbero raggiungere la quota di 350 miliardi. Anche questo aspetto non aiuta la politica tollerante e dialogica di Rouhani.

E non aiuta nemmeno i cristiani, di cui il presidente Trump si dice spesso paladino contro le loro persecuzioni. Del resto, in Iran le comunità cristiane (ed ebree) riescono a vivere in modo tranquillo, con chiese, riti e perfino scuole. È proibito il “proselitismo”, ma questo è nulla a confronto con il divieto di culto, anche in privato, che vige in Arabia saudita.

Vero è che proprio ieri la Casa Bianca ha riconfermato l’alleggerimento delle sanzioni legate all’accordo nucleare. Durante la sua campagna elettorale egli – su posizioni molto simili a quelle di Israele -  aveva bollato l’accordo come “il peggiore mai firmato”, sebbene la comunità internazionale abbia confermato a più riprese che Teheran stia ubbidendo agli accordi.

Il problema è che gli Stati Uniti impongono ancora da decine di anni una sanzione unilaterale, che è il divieto a usare dollari nelle transazioni finanziarie con l’Iran. Questo limite è la ragione per cui gli accordi sul nucleare non hanno portato tutti i benefici che ci si aspettava. Centinaia di contratti internazionali rimangono in sospeso per il timore che gli Usa decretino multe e punizioni a chi osa sottoscrivere i contratti usando dollari. Come commentano alcuni amici iraniani, “il miglior alleato di Khamenei e dei conservatori sono proprio gli Stati Uniti”.






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